Alzi la mano chi, passeggiando per il centro di Roma, non ha mai maledetto i sampietrini. Quei cubetti di leucitite (sì, la roccia vulcanica della quale sono fatti si chiama proprio così!) torturano le caviglie, intrappolano i tacchi e trasformano ogni valigia con rotelle in una… colonna sonora continua fino all’arrivo a destinazione, eppure raccontano una storia che pochi conoscono davvero.
Una rivoluzione rinascimentale
Innanzitutto, e diversamente da quanto molti(specie stranieri) pensano, i sampietrini non sono un’eredità dell’antica Roma.
La loro storia inizia nel Cinquecento, quando Papa Sisto V decise di rivoluzionare la viabilità della città eterna. Il nome “sampietrini” deriva dalla piazza San Pietro, dove vennero posati per la prima volta intorno al 1725, sotto il pontificato di Benedetto XIII.
Prima di loro, in città si era provato di tutto per non camminare nel fango: basoli di basalto squadrati (quelli sì di epoca romana!), ciottoli di fiume, mattoni. Ma i sampietrini rappresentavano un’innovazione tecnica straordinaria per l’epoca: dimensioni sempre uguali (ora misurano circa 12x12x18 cm), forma tronco-piramidale che garantiva stabilità, materiale locale (vengono dalla zona dei Colli Albani) ed economico.
C’è della scienza dietro la scomodità
Come si diceva in apertura di questo post, li abbiamo stramaledetti milioni di volte, i sampietrini. Però bisogna arrendersi all’evidenza che sono fastidiosi esattamente per le stesse ragioni per cui sono geniali.
La loro superficie irregolare? È perfetta per il drenaggio dell’acqua piovana, fondamentale in una città costruita su pendenze anche importanti.In più aiuta in caso di occasionali ghiacciate per non scivolare (anche se sul bagnato della pioggia si scivola eccome… ops!). La loro disposizione a “spina di pesce” o a ventaglio, poi, distribuisce il peso in modo uniforme, permettendo alla pavimentazione di adattarsi ai movimenti del terreno senza creparsi.
Ec’è la manutenzione: un sampietrino danneggiato si sostituisce singolarmente, senza dover rifare interi pezzi di strada. Un esempio di sostenibilità, prima ancora che la parola venisse inventata! E infine, problema sentito solo in età moderna, una strada pavimentata coi sampietrini può essere smantellata più velocemente in caso di… ritrovamenti archeologici (ma anche di guasti e perdite, dai!).
Un mestiere in via di estinzione
Quello che rende ancora più affascinante questa storia è che posare i sampietrini è un’arte tramandata oralmente. I “sanpietrini” (con la “n”, così si chiamano gli artigiani) sono sempre meno: a Roma ne restano forse una ventina, contro i 500 del dopoguerra. Lavorano ancora a mano, senza livelle laser o tecnologie sofisticate, usando solo martello, mazzetta e un occhio allenato da anni di esperienza.
Ogni maestro sampietrinaro ha il suo stile riconoscibile, piccole variazioni nella disposizione dei blocchi che sono come una firma invisibile.
Il dibattito contemporaneo: sampietrini sì o no?
Oggi Roma è divisa. Da una parte c’è chi vorrebbe mettere asfalto liscio e accessibile anche in centro storico, dall’altra chi considera i sampietrini patrimonio identitario della città e ne loda i vantaggi a livello di manutenzione. Voi che ne pensate?
Il Sampietrino più famoso di Roma: “Er core de Nerone”
Tra i quasi 2 milioni di sampietrini che pavimentano Piazza San Pietro, ce n’è uno che ha conquistato una fama del tutto particolare. Si trova nel riquadro sud-ovest della Rosa dei Venti – la meridiana in marmo che circonda l’obelisco centrale – precisamente dove viene indicato il vento di Libeccio, sul lato sinistro della piazza guardando la Basilica. Ed è un cuore… o almeno, così sembra!
Lo chiamano (o chiamavano? Noi personalmente a From Home to Rome lo chiamiamo “il cuore di Bernini”, ma continuate a leggere!) “Er core de Nerone”, soprannome che gli diedero decenni fa alcuni ragazzini di Borgo che, giocando in piazza, notarono questo bassorilievo a forma di cuore (alcuni dicono trafitto da una freccia) scolpito sulla superficie del sampietrino e lo rimandarono all’imperatore che qui aveva il suo monumentale circo.
La versione più romantica – e quella che circola di più tra guide turistiche e coppie in cerca di selfie – vuole però che il cuore sia opera di Gian Lorenzo Bernini, l’architetto del magnifico colonnato. Avrebbe inciso quel simbolo come testimonianza di non aver mai trovato il vero amore nella sua vita. Una variante della leggenda attribuisce invece l’opera a Michelangelo, a ricordo di un amore sfortunato. Il problema? Michelangelo morì nel 1564, più di un secolo prima che Bernini completasse la piazza e la sua pavimentazione. Ma si sa, alle leggende romane la cronologia non è mai interessata più di tanto!
Altre storie parlano di una donna che lo scolpì in memoria del marito condannato ingiustamente a morte, o di un soldato garibaldino che lo incise durante l’esperienza della Repubblica Romana. Ogni versione ha il suo fascino malinconico.
La verità? Probabilmente molto più prosaica. Nel 1817, l’abate astronomo Filippo Luigi Gigli trasformò l’obelisco vaticano in un’enorme meridiana, e alcuni storici ritengono che sia stato lui a inserire il sampietrino decorativo nella pavimentazione della Rosa dei Venti. Altri esperti sostengono che non si tratti nemmeno di un cuore, ma di una foglia d’edera stilizzata su un frammento di marmo di recupero (uno “spolium”, come si chiamano i materiali di epoca romana quando vengono riutilizzati).
Quel che è certo è che quando la pavimentazione della piazza venne rifatta nel Novecento, qualcuno ebbe la sensibilità di preservare proprio i sampietrini all’interno dei riquadri della Rosa dei Venti, salvando questo piccolo mistero!
Maledirli sì, rubarli mai!
Ogni anno qualche turista particolarmente creativo pensa che portare a casa un sampietrino “trovato per strada” sia un souvenir innocuo. Spoiler: non lo è. I sampietrini sono proprietà comunale e la loro rimozione costituisce un reato (ma se si rimuovono da aree sottoposte a vincolo, si può rischiare anche la detenzione fino a un anno!)
Le multe partono da 500 euro e possono arrivare fino a diverse migliaia, a seconda del danno causato. Nel 2019 due turisti olandesi sono stati fermati con uno zaino pieno di sampietrini: oltre alla multa salata, hanno dovuto riposizionare personalmente i blocchi rubati sotto la supervisione della polizia municipale!
… Però si possono comprare!
Se siete proprio così innamorati del sampietrino, sappiate che c’è chi li ha trasformati in un business.
Uno che è anche di tipo alimentare: per esempio la Pasticceria Fassi (la più antica d’Italia, dal 1880!) produce un semifreddo monoporzione chiamato proprio “sampietrino” – a forma di cubetto, con copertura alla cioccolata e interno con gusti a scelta. E si chiamano “sampietrini” anche i biscotti cubici al cioccolato della pasticcerà Giuffrè, che trovate anche in zona Trastevere!
Se invece vi affascina l’idea di comprare un sampietrino che duri di più di un dolcetto, la scena artigiana di Roma offre alternative decisamente creative:
Aeterna Design ha trasformato i sampietrini in oggetti di design per la casa o anche in portachiavi (naturalmente in questo caso si parla di miniature!)
Cristiana Perali ha ideato dei bracciali in argento ispirati al basolato tipico dei vicoli romani
Adolfo Lefevre propone dei mini-sampietrini da usare come ciondolo
E sapevate che…
A Roma, i sampietrini servono anche a mantenere viva la memoria. Sono le “pietre d’inciampo”: ne avevamo parlato qui sul nostro blog per i turisti parlanti inglese. E se vi dovesse interessare, esistono tour guidati sulla zona dove si incontrano più spesso queste testimonianze: il Ghetto Ebraico.
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